FOTOGRAFIA A BOLOGNA (e non solo) : accettata o rifiutata? di Monica Boghi

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Dove è finito il famoso sistema dell’arte di cui i critici e manuali del settore tanto parlano? Dalla serietà con cui tale discorso viene affrontato sembrerebbe un meccanismo assolutamente diffuso e consolidato, purtroppo invece siamo ancora lontani da una sua concreta messa in atto. Il nostro è un paese dove interessa maggiormente la teoria alla pratica, dove solo alcune realtà privilegiate sembrano dominare questa logica, che dovrebbe essere aperta ed allargata piuttosto che resa addirittura quasi inaccessibile. Forse è semplicemente la fotografia che non è ancora “degna” di accedervi, o forse è colpa di Bologna che non ha ancora messo in moto tutti gli ingranaggi necessari. Indipendentemente da quale sia il reale stato delle cose, sta di fatto che la città emiliana, nota per la sua originalità e vitalità, è ancora in difficoltà a seguire l’onda innovativa del mercato dal punto di vista delle proposte artistico-culturali, rischiando di rimanere confinata al provincialismo che in questo campo la contraddistingue. Credo che si conoscano a memoria gli infiniti discorsi sull’autenticità della fotografia come arte, ma se si prova a verificarla nel panorama artistico cittadino è evidente come la sua visibilità e la sua richiesta non godano ancora della giusta affermazione che meritano. In fondo, dietro una fotografia d’autore non c’è sempre una firma, un’intenzione, una ricerca, una volontà d’espressione, una qualche forma di manualità e di processo creativo che contraddistingue anche l’oggetto artistico inteso ormai nella sua complessità e totalità del termine? Nonostante siano stati già da tempo catalogati e determinati i vari generi fotografici e le molteplici modalità d’esecuzione, sembra ci siano ancora delle reticenze da parte delle principale gallerie e luoghi espositivi a promuovere, a far conoscere e mettere in mostra progetti fotografici non per forza improntati sull’estetica della stampa da salotto. E poi… è davvero coerente parlare oggigiorno di “estetica” di una fotografia?  E’ ancora troppo facile cadere nel tranello di considerare il singolo scatto, per la sua facilità d’esecuzione, una semplice operazione per immortalare quello che si presenta davanti ai nostri occhi, invece bisogna considerarlo come il mezzo attraverso cui il fotografo vede, interpreta e ricostruisce la realtà secondo il suo punto di vista. Come un doppio specchio gli occhi da una parte riflettono la nostra anima, dall’altra assorbono gli input da ciò che ci circonda per lasciarli influenzare liberamente le nostre percezioni e sensazioni, per poi rielaborarli in una rappresentazione personale del mondo. Non si può parlare quindi di riproduzione oggettiva della realtà dal momento che l’immagine ha sempre qualcosa da comunicare essendo il risultato di quello che emerge dal contatto diretto con l’esistenza, pertanto l’oggetto d’indagine non deve solo essere l’esteriorità della natura, ma anche l’interiorità dell’artista che fa delle sue fotografie delle vere proiezioni interiori. Solo così si può capire l’elevato potere comunicativo ed evocativo che la fotografia possiede e la sua predisposizione a prestarsi a interessanti ed innovativi percorsi espositivi. Stiamo considerando purtroppo una città dove in potenza ci sarebbero strutture adeguate per un continuo rilancio artistico, ma che lavorano ancora singolarmente e in sordina, senza tentare di creare una rete collaborativa. I luoghi più storicamente conosciuti e ancorati alla loro posizione si occupano dei “propri” artisti, tra i protetti e quelli già affermati, e si affidano unicamente alla loro clientela di fiducia. Gli spazi nascenti non hanno le forze e gli incentivi per fare lavoro di talent scout e le loro iniziative rischiano di avere l’effetto di meteore, ammirate da pochi per un breve lasso di tempo, senza poterne vedere una concreta scia nel futuro. Il risultato: un contesto immobile che ancora arranca dietro la comodità di godere ingiustamente della fama di essere all’avanguardia, e che invece non è ancora in grado di sfruttare gli impulsi e le nuove proposte per rinnovarsi ed ampliarsi. In aggiunta allo stato di fatto della situazione, sembra che siano riconosciute come degne esclusivamente mostre fotografiche di artisti noti ormai consolidati dalla critica, grandi nomi che possano assicurare una degna pubblicità e che siano in grado di richiamare una consistente e sicura affluenza del pubblico. Nonostante siano già state spese eccessive parole su come ormai l’arte sia in crisi e ci sia bisogno di un punto di svolta nella produzione, le esposizioni di pittura o in generale delle cosiddette “arti tradizionali” richiamano ancora oggi un pubblico molto più vasto e vario rispetto quelle fotografiche. Il rischio è una semplificazione per cui si tende a considerare piacevole una fotografia in base all’effetto che susciterebbe su una parete domestica, a differenza di una dal soggetto più concettuale che richiederebbe invece una profonda analisi per essere capita. La fotografia contemporanea, ossia quella predisposta a farci confrontare con il nostro mondo, non ispira quindi la stessa attenzione e valutazione di un’arte che al contrario ci permette di evadere e di assaporare una felicità che nella vita reale non abbiamo la libertà di provare. Probabilmente è anche per questo motivo che le strutture ufficiali che si occupano di valorizzazione artistica non hanno ancora particolari interessi nella promozione di questa forma visiva. A mio riguardo invece la fotografia potrebbe invece essere una fonte di cambiamento nel panorama artistico attuale per la sua immediatezza visiva nell’essere riconosciuta da qualsiasi tipologia di pubblico, per la facilità di lettura, per la sua versatilità e vastità nelle tematiche possibili da trattare, per l’ampiezza e complessità di contenuto che può comunicare e per la consapevolezza che la realtà intesa nella sua globalità può essere presa come spunto di riflessione e di rivalutazione estetica. Forse siamo in un momento storico in cui vogliamo ancora un’arte che appaghi la nostra necessità di ammirare la bellezza, ma dobbiamo riuscire a fare il salto qualitativo di riconoscere come “bella” l’opera che è in grado di colpirci nel profondo, di commuoverci e di farci pensare, qualsiasi sia la strada su cui voglia indirizzarci. Un contesto che è già presente in altri luoghi decisamente più propositivi, ma che non deve essere visto così irraggiungibile per una città crocevia di realtà, culture ed esperienze diverse volte a progetti ambiziosi, che da semplici idee bramano di potersi concretamente realizzare. Slanci non banali provenienti soprattutto dalle nuove generazioni, che dimostrano come ci sia sempre più bisogno di inventarsi, ricrearsi, riproporsi per un futuro più libero e aperto in cui poter trovare il proprio spazio e il proprio appagamento. E’ vero che un progetto artistico deve soddisfare e piacere in primis colui che lo ha creato, ma come può essere portato avanti e ottenere riconoscimento da parte della critica e del mercato se il sistema necessario è chiuso..se non addirittura assente?

Monica Boghi

3 pensieri su “FOTOGRAFIA A BOLOGNA (e non solo) : accettata o rifiutata? di Monica Boghi

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